Lo stato delle cose

Marta Papini

YURI ANCARANI, GIORGIO ANDREOTTA CALÒ, CRISTIAN CHIRONI, ADELITA HUSNI-BEY, ELENA MAZZI E SARA TIRELLI, MARGHERITA MOSCARDINI, ALBERTO TADIELLO

Adelita Husni-Bey, Giorgio Andreotta Calò, Alberto Tadiello, Cristian Chironi, Margherita Moscardini, Elena Mazzi (in collaborazione con Sara Tirelli), Yuri Ancarani: sette voci rilevanti nell’attuale panorama nazionale e internazionale e diversissime tra loro. Nella lontananza tra le loro pratiche, che rende impossibile assimilarle in una lettura univoca, si apre uno spazio dialettico e di confronto tra le singole ricerche e tra queste e il pubblico.

Il progetto consiste in un programma di sette mostre e sette eventi che si estende per l’intero arco temporale della 16a Quadriennale d’arte: gli artisti invitati si alternano nello spazio in una sorta di staffetta, un meccanismo espositivo a incastro che adotta una temporalità differente rispetto alle altre mostre che nel frattempo si svolgono a Palazzo delle Esposizioni.

Lo stato delle cose non è una mostra collettiva, dove le immagini e i significati delle opere si sovrappongono e si intrecciano grazie alla tessitura di una regia curatoriale. È piuttosto un esercizio di attenzione: il pubblico, in rapporto uno a uno con l’opera, ha la possibilità di soffermarsi sulla ricerca di ciascun artista sia nella mostra sia attraverso un public programme, pensato come parte integrante del progetto, che ne approfondisca la complessità.

Da un lato, le opere installate non si confrontano mai in uno spazio visivamente unitario, ma possono essere associate e dialogare solo nella mente del visitatore. Dall’altro, oltre a esporre il proprio lavoro, ogni artista ha l’occasione di invitare relatori a tenere conferenze su ambiti di ricerca che lo interessano, programmare proiezioni cinematografiche, organizzare laboratori aperti al pubblico, tenere studio visit.

Lo stato delle cose offre una chiave per entrare nei mondi degli artisti, un’opportunità per approfondire il loro lavoro in un contesto nuovo, senza relegare la ricerca a un momento ancillare della mostra, ma riportandola al punto fondamentale della condivisione dell’opera, all’interno di un contesto istituzionale che diventa così performativo, dinamico e discorsivo.

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