I Would Prefer Not to / Preferirei di no. Esercizi di sottrazione nell’ultima arte italiana

Simone Ciglia e Luigia Lonardelli

MARIO AIRÒ, ROSA BARBA, MASSIMO BARTOLINI, GIANFRANCO BARUCHELLO, CLAIRE FONTAINE, MATTEO FATO, ANNA FRANCESCHINI, CHIARA FUMAI, INVERNOMUTO, CESARE PIETROIUSTI, NICOLA SAMORÌ, LUCA TREVISANI, LUCA VITONE

“I would prefer not to” è la celebre risposta con cui lo scrivano Bartleby, protagonista dell’omonimo racconto di Herman Melville (1853), si nega progressivamente alla vita attiva. Indefesso impiegato presso un avvocato di Wall Street, un giorno si rifiuta improvvisamente di svolgere il proprio lavoro senza apparenti motivazioni, in un crescendo che culmina con l’imprigionamento e la morte.

Il nodo inestricabile di negazione, resistenza e alienazione incarnato dal protagonista è stato messo in relazione alla creazione artistica nell’ambito della riflessione di Gilles Deleuze e Giorgio Agamben. Nella creatura letteraria di Melville sono stati colti “imprevedibilità”, “apertura al non codificato”, “mossa obliqua”, “sorpresa”: caratteri che sono apparsi come una chiave possibile per leggere la vicenda dell’arte italiana degli ultimi quindici anni. Questa sembra volersi sottrarre a un’identità forse da sempre solo immaginata. L’ipotesi da cui muove I Would Prefer Not to / Preferirei di no si basa sulla constatazione della natura episodica, frammentaria, a tratti esilmente instabile delle ultime prove artistiche.

Il nuovo millennio ha significato un’estensione del dominio della precarietà dal piano sociale a quello esistenziale. Instabilmente fondata sulla debolezza delle ipotesi storiche, la figura dell’artista è apparsa divisa fra professionalizzazione e fughe impossibili, spesso al limite dell’invisibilità. Quest’attitudine alla sottrazione concorre a creare un clima che attraversa le generazioni e si traduce in scelte indirizzate verso livelli esistenziali periferici e appartati. Gli artisti in mostra rivendicano il diritto ad allontanarsi dal perdurante affastellamento dei fatti e delle cose senza per questo smarrire la consapevolezza del proprio vissuto, personale e collettivo. Come lo scrivano Bartleby, preferiscono di no, un no che non è più contestatario, resistente, ma una didascalica negazione della possibilità di scegliere.

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