A occhi chiusi, gli occhi sono straordinariamente aperti

Luca Lo Pinto

GIORGIO ANDREOTTA CALÒ, ROBERTO CUOGHI, RA DI MARTINO, MARTINO GAMPER, NICOLA MARTINI, STARGATE, EMILIO VILLA

La mostra, che riprende nel titolo una frase di Marisa Merz, giustappone una serie di opere – alcune inedite, altre già realizzate – di artisti tra loro eterogenei per linguaggi, età e attitudine ma che tuttavia possiedono una medesima forza nel suggerire un paesaggio visivo e narrativo dal quale emerge un modo personale di guardare al mondo insieme singolare e universale. Uno scenario che si confronta con il trauma della storia performata attraverso immagini, suoni, oggetti, sculture che parlano una lingua labirintica, allegorica, metaforica dentro al nostro presente.

Tempo, memoria, identità in continua metamorfosi e messi in discussione nella relazione del singolo con la collettività. Opere come schegge di una icona immaginaria, effimera, che simbolicamente indicano un possibile, fugace, ritratto delle attitudini di una certa arte italiana attuale.

Il bulbo dal quale la mostra si dischiude è un oggetto. Un piccolo frammento di vetro dipinto con sopra inscritto un testo a pennarello da Emilio Villa. Si intuisce che sia scritto in greco ma le parole sono quasi illeggibili. Non potendo decodificarne il senso dalle parole lo possiamo tuttavia leggere come immagine. Il frammento di Villa è una traccia, un segno complesso da interpretare, incluso in una Storia nella quale risulta difficile capire dove collocarsi. La mostra, e le opere che la costituiscono, non è da considerarsi come strumento per l’illustrazione di un teorema quanto una materia da esplorare in un continuo processo di associazioni e dissociazioni. Un reperto archeologico del presente che in sé racchiude un coacervo di identità, personalità, storie in movimento. Protagoniste sono opere dove le parole possano tramutarsi in immagini e viceversa, in cui gli oggetti possano parlare. Forme instabili che si tramutano in altre come didascalie di un racconto che si disvela agli occhi e alla mente degli spettatori lasciando a loro la possibilità di delinearne una trama. Lingue vive che possano dialogare con l’esperienza evocata dal luogo in cui si ritrovano a parlare. L’esposizione è concepita come un dispositivo di visione in cui tutte le opere chiuse come ricci possano vedere lentamente la luce e guardare negli occhi chi le osserva.

Le opere in mostra manifestano tutte i segni di un’esperienza vissuta. I corpi che si sono posati sugli appoggia-schiena di Martino Gamper. Il segno di Emilio Villa impresso in un pennarello su vetro. Le immagini riflesse nelle superfici delle sculture di Nicola Martini. La memoria di Giorgio Andreottà Calò strappata dalla pelle delle polaroid. La civiltà onirica del Pazuzu di Roberto Cuoghi. I visitatori della Quadriennale del 1966 rievocati nelle immagini di Rä di Martino. I paesaggi urbani tradotti nei suoni di Stargate.

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